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Cresce l’economia agricola, ma i costi di produzione crescono di più

In base al rapporto diffuso dall’ISTAT sull’annata agraria 2018, l’economia agricola italiana ha mostrato una leggera ripresa: la produzione è aumentata dello 0,6% e il valore aggiunto dello 0,9%. Dopo un 2017 nettamente sfavorevole, con quasi il 4% in meno di valore aggiunto in termini di produzione, i segnali per il settore sarebbero dunque positivi, in particolare per alcuni comparti come quello del vino. Aumenti anche per l’occupazione (+0,7%) soprattutto per quello che riguarda i dipendenti dell’industria agroalimentare, e per i redditi da lavoro dipendente, cresciuti del 4%.

Secondo Cia – Agricoltori Italiani Imola, c’è un dato del rapporto che ha, però, un valore ancora più importante e, purtroppo, in senso negativo: quello dell’aumento dei costi di produzione in rapporto ai prezzi pagati ai produttori. Una relazione di svantaggio che determina la crisi generalizzata del settore.

“Leggendo il rapporto – spiega Giordano Zambrini, presidente provinciale di Cia Imola – risulta evidente che la crescita del nostro agroalimentare non riguarda il reddito delle aziende agricole ma, piuttosto, i fatturati dell’industria agroalimentare. Un dato che fa riflettere, soprattutto se analizzato in relazione a un altro che si legge nel rapporto: i prezzi dei prodotti agricoli nel periodo 2005-2018 sono aumentati dell’1,1% mentre i costi di produzione, soprattutto concimi, energia e mangimi, sono cresciuti del 3,9%. In questo contesto parlare di crescita è fuorviante. Prendiamo ad esempio il vino – continua Zambrini che in Italia mostra una crescita sorprendente in termini di valore (31,5%) e nel 2018 ha generato 6 miliardi di euro in termini di export. Ma quanto di quel valore è andato ai produttori?

Nell’imolese l’anno scorso c’è stato un buon aumento produttivo, dell’8-10%, ma anche un calo di prezzo rispetto al 2017 che è arrivato fino al 50% in meno. Anche per alcuni prodotti frutticoli di punta per il territorio, come albicocche e pere, i prezzi pagati sono mediamente inferiori rispetto al 2016-17, ma i costi di produzione non si fermano e sono gravati anche da alcune strumentazioni di difesa diventate necessarie, come le reti contro la cimice asiatica. Ad aggravare la situazione, in questi giorni, c’è il maltempo che ha influito pesantemente sulla qualità di albicocche e nettarine, tanto che le industrie di trasformazione stanno proponendo prezzi davvero ridicoli, 8-10 cent/kg e sicuramente questo influenzerà anche i prezzi dei prodotti per il mercato fresco. A chi va, allora, il valore che l’Istat registra? In un recente articolo su “Italia Oggi” ho letto che il Made in Italy vale 140 miliardi, una cifra enorme che dovrebbe esaltare il settore primario. Peccato che l’84% è delle grandi aziende industriali e non arriva nelle tasche dei produttori, che si ritrovano letteralmente con le briciole.

In questo contesto – conclude Zambrini – serve una forte inversione di tendenza a livello di politiche italiane ed europee per lo sviluppo delle filiere, per ridare valore e reddito al settore primario, che deve veder riconosciuto il suo ruolo fondamentale per la produzione di cibo salubre e di qualità”.

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