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Il ciliegio soffre il cambiamento climatico iniziato da diversi anni

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Stefano Lugli, Dipartimento di Scienze della Vita – Università di Modena e Reggio Emilia

MODENA – Le gelate primaverili avvenute a più riprese a cavallo di marzo e aprile hanno causato gravissimi danni a diversi organi nelle piante di numerose specie da frutto e nella vite. Nel comprensorio della ciliegia di Vignola il gelo ha danneggiato sia i fiori che i giovani frutticini in accrescimento. La tipologia e l’entità del danno è risultata variabile secondo la genesi della gelata e il territorio interessato, lo stadio di sviluppo fenologico e le misure messe in atto per prevenirne i danni.

Le gelate possono essere classificate in base al meccanismo che le determina (Zinoni, progetto Arpae Disgelo). Le gelate da irraggiamento o radiative sono le più comuni in pianura e sono legate alla formazione di intense stratificazioni termiche notturne, accentuate in nottate serene, poco ventose e con umidità relativa piuttosto bassa. Minime termiche da irraggiamento fino a -7°C si sono state registrale il 13-14 febbraio, 20-22 marzo e 5 aprile, causando svariati danni ai fiori.

Le gelate avvettive sono invece associate all’afflusso di una massa d’aria, generalmente di origine polare, caratterizzata da una temperatura inferiore allo zero. Le gelate da evaporazione, poco frequenti ma molto pericolose, avvengono in condizioni non comuni, quando i tessuti della pianta sono bagnati, l’umidità dell’aria è molto bassa e la temperatura è prossima allo zero. In presenza di forte vento, l’acqua presente sulla superficie delle piante evapora, sottraendo una grande quantità di energia ai tessuti vegetali che, di conseguenza, si raffreddano.

L’evento, nefasto, verificatosi il 7 aprile può essere considerato una gelata di tipo misto, avvettiva e per evaporazione insieme. Temperature di pochi gradi sotto lo zero hanno causato ingenti danni ai fiori e ai frutticini nelle primissime fasi di sviluppo post allegagione. Su alcune varietà questa gelata ha addirittura provocato un cracking epidermico, localizzato nella linea di sutura delle drupe.

Nello stadio di pieno riposo vegetativo (stadio Bbch) il ciliegio dolce resiste bene a temperature minime anche di -25°C. Secondo le diverse temperature e la suscettibilità varietale, le fasi fenologiche più critiche sono quelle comprese tra questi stadi: dalla gemma gonfia (Bbch01) alla scamiciatura (Bbch71).

Le temperature critiche che possono causare danni del 10 o del 90% agli organi riproduttivi del ciliegio sono riportate in Tabella 1. Si ritiene utile evidenziare in maniera estremamente sintetica le indicazioni generali necessarie per ridurre, per quanto possibile, i rischi derivanti da gelate primaverili.

Premesso che i cambiamenti climatici in corso hanno decisamente modificato la fenologia del ciliegio, anticipandone l’uscita dalla dormienza di diverse settimane e rendendolo dunque più soggetto ai danni da gelo primaverile, la prima strategia di difesa, programmatica e preventiva, erroneamente definita passiva, dovrebbe riguardare la scelta dell’ambiente di coltivazione.

Temperature di pochi gradi sotto lo zero hanno causato ingenti danni ai fiori e ai frutticini nelle primissime fasi di sviluppo post allegagione

Infatti, nell’areale frutticolo vignolese esistono zone nelle quali il rischio di gelate primaverili è piuttosto frequente, altre dove gli eventi si verificano sporadicamente e altre ancora che sfuggono, solitamente, a questi fenomeni primaverili. Lo sviluppo della cerasicoltura locale, spinto dalle positive risposte commerciali che da anni stanno avendo le ciliegie di Vignola, ha portato a coltivare il ciliegio anche al di fuori dalle aree tradizionalmente considerate più vocate, e dunque più a rischio. Inoltre, l’abbandono generalizzato della frutticoltura di alta collina e montagna ha di fatto sottratto al territorio vignolese un bacino di produzione particolarmente adatto a questa coltura e molto meno soggetto alle gelate primaverili, specie quelle per irraggiamento.

Un altro approccio indiretto e preventivo riguarda la corretta gestione agronomica del ceraseto. L’eccesso di apporti azotati rende le rende le piante più sensibili alla formazione del ghiaccio; le concimazioni fosfatiche e potassiche conferiscono invece maggiore resistenza al gelo. Anche la scelta dei portinnesti aiuta: gli impianti su soggetti nanizzanti o semi-nanizzanti sono risultati meno vulnerabili al gelo rispetto alle coltivazioni su portinnesti vigorosi.
Le tecniche difesa attive si basano sull’uso dell’acqua mediante irrigazione, sul rimescolamento dell’aria al suolo tramite ventilatori e sul riscaldamento dell’aria attraverso candele a cera o pellet.
L’irrigazione antibrina è il mezzo di difesa attiva più efficace e può essere effettuato sopra o sotto chioma. Tuttavia, per gelate molto intense, sotto i 3°C, solo l’irrigazione soprachioma risulta affidabile.

Entrambe hanno scarsi effetti su gelate per avvezione o miste. Nel comprensorio vignolese si è puntato sul sottochioma ma con risultati limitati. Negli altri territori frutticoli è invece prassi comune l’irrigazione sopra chioma.

Ciò detto, sarebbe auspicabile una strategia quanto più integrata e capace di utilizzare e sfruttare i vari sistemi di protezione. In attesa che la ricerca sulle nuove metodologie preventive di difesa arrivi a dare i risultati sperati, diversi frutticoltori hanno sperimentato, sulla loro pelle e con le proprie tasche, modelli integrati di difesa tanto ingegnosi quanto innovativi e, pare, efficaci: coperture antipioggia abbinate all’irrigazione sottochioma, teli antipioggia, coperture laterali e irrigazione soprachioma, coperture multitasking abbinate all’irrigazione antibrina, candele fumogene sotto copertura. Qualcun altro, senza troppi pensieri, ha preferito farsi l’impianto in collina.

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