Reperibilità manodopera agricola: difficoltà e contraddizioni

Pochi lavoratori disponibili, ancora meno quelli con requisiti richiesti per alcune attività e le aziende si sottraggono i braccianti l’una con l’altra

Cia-Agricoltori Romagna, anche nel corso della Direzione di inizio aprile, ha affrontato la questione della manodopera agricola. Uno dei grossi nodi, ma non l’unico, è il reperimento di manodopera, italiana o straniera che sia. Ne abbiamo parlato con Danilo Misirocchi, presidente di Cia-Agricoltori Romagna.

Qual è la situazione Presidente Misirocchi?

«Da tempo vengono segnalate dagli associati Cia difficoltà nel trovare manodopera: gli italiani disponibili a lavorare in campagna, anche per lavori stagionali, sono rimasti pochissimi e quasi esclusivamente pensionati. Il progressivo invecchiamento della popolazione e la netta diminuzione di giovani pongono le imprese agricole nelle condizioni di ricercare manodopera straniera, negli anni cresciuta anche se con situazioni altalenanti da un anno all’altro».

Il Decreto Flussi consente di ridurre le problematiche derivanti dalla difficoltà di trovare forza lavoro?

«Per quanto riguarda gli extra-comunitari – col Decreto Sicurezza, la chiusura degli SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e un bando al quale è quasi impossibile accedere da parte dei Centri di accoglienza straordinaria (CAS) – stanno togliendo dal mercato del lavoro i richiedenti asilo che, comunque, coprivano parte del fabbisogno di lavoratori stagionali. Il Decreto Flussi, seppur con tempistiche eccessivamente lunghe, è stato pubblicato il 9 aprile: non risolve le difficoltà, riducendo a 30.850 i lavoratori stranieri in ingresso, sotto la quota dei quasi 40mila del 2018».

Più lavoratori stranieri darebbero una risposta alle esigenze del lavoro stagionale agricolo?

«La situazione è alquanto complessa. Bisogna affrontare il mercato del lavoro agricolo, che ha dinamiche specifiche e anche molto diverse dagli altri settori, a 360 gradi e non a compartimenti stagni. Il bisogno di manodopera nelle aziende agricole è circostanziato spesso in poche giornate e in periodi diversi dell’anno. Per fare il bracciante agricolo bisogna essere formati, partecipare ad un numero infinito di corsi, anche costosi per l’azienda. Gli stranieri spesso hanno difficoltà a prendervi parte e a seguirli. Quindi, essendo pochi i lavoratori disponibili, e ancor meno i lavoratori con i requisiti richiesti per alcune attività, si è sviluppata una dinamica selvaggia in base alla quale le aziende si sottraggono i braccianti l’una con l’altra».

Quali sono gli obiettivi di Cia in merito alla questione mercato del lavoro agricolo?

«Nel corso della Direzione di Cia Romagna sono emersi alcuni spunti interessanti. Con il coinvolgimento dei tecnici della Cia è stato avviato un percorso di approfondimento della tematica nel suo insieme per giungere a proposte concrete sulle quali dialogare con istituzioni e organizzazioni di rappresentanza avendo ben presente le specificità del lavoro agricolo, com’è cambiato e come cambia e senza pregiudizi. Difficilmente questo percorso darà risultati immediati, ma se non si riparte dall’impresa e dal lavoro non si produce ricchezza. Purtroppo oggi continuiamo ad essere penalizzati da scelte politiche e norme burocratiche che ci mettono sempre più in difficoltà nell’affrontare un mercato già di per sé difficile».

L’intervista è anche nei settimanali Corriere Cesenate, Il Ponte, Setteserequi usciti il 18 e il 19 aprile 2019.

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